Nessuno mi ha insegnato, io sono stata segnata dalla vita che ho vissuto, ho chiuso forte gli occhi al modo delle persone miopi per cercare di vedere oltre, ma anche per vedere a metà, per vedere le cose che non si vedono.
Nessuno mi ha insegnato a parlarmi; mi limito ad ascoltarmi, l’udito sottile che ha l’emicrania mi impantana nel buio obbligato della guarigione, nel buio illuminato dello scoppio silenzioso di tutto ciò che non può passare nelle mie vene che mi contengono.
Trattengono fino a quando io non inizio a sanguinare, e il mio sangue è la mia unica mitezza e si irraggia dal mio centro e nel mio centro si coagula, raggruma.
Nessuno mi ha insegnato. Ho imparato per imitazione, disegnandomi con sfumature per fingere l’imperfezione delle mie labbra.
Nessuno mi ha insegnato ma ho imparato con qualche prova e tanti errori il cattivo gusto per il veleno a basse dosi, l’amore per il rifiuto se vicino nel tempo a una carezza.
Ho imparato a rubare quando trovavo chi mi desse niente, a rifiutare il superfluo pensiero del domani. Adesso, sono.
Manco di sostantivo, tendo verso la terra che, incrostandomi le guance, nasconde la debolezza che non avrei voluto avere, abbondo di verbi che mancano di soggetto e complemento, non arredo piu’ le mie stanze perché siano sempre pronte a dimenticare il mio passaggio.
Ho appreso il modo in cui l’orologio si muove mentre io resto ferma e poi il modo in cui l’orologio resta fermo mentre io mi muovo veloce in un giorno in cui il sole non tramonta mai.
Ciò che un giorno è orgoglio ora è disagio. Lo diventerebbe se avessi come doti l’amnesia, se non fossi fatta di una scatola, in una fessura dalla quale la mia voce esce lieve perché il mio compito è ascoltare, ascoltare, ascoltare. Sentire.
Potessi ascoltare solo con le orecchie!
Sono costretta invece ad ascoltare con tutti i miei sette sensi, uno per ogni occasione sprecata, uno per ogni volta che non sono mancata a me, uno per ogni volta che ho perso, uno per ogni volta che ho ritrovato, uno per ogni volta che ho ricominciato da zero, uno per ogni volta che ho osato sperare, uno per ogni volta che sono dovuta ritornare a terra.
Sono un personaggio della mia invenzione e finirò quando avrò scritto l’ultima parola.
Cambieranno i miei comandamenti e saranno uno solo: porterà il mio nome, come lo porteranno incise le tue retine.
Nessuno mi ha insegnato a parlarmi; mi limito ad ascoltarmi, l’udito sottile che ha l’emicrania mi impantana nel buio obbligato della guarigione, nel buio illuminato dello scoppio silenzioso di tutto ciò che non può passare nelle mie vene che mi contengono.
Trattengono fino a quando io non inizio a sanguinare, e il mio sangue è la mia unica mitezza e si irraggia dal mio centro e nel mio centro si coagula, raggruma.
Nessuno mi ha insegnato. Ho imparato per imitazione, disegnandomi con sfumature per fingere l’imperfezione delle mie labbra.
Nessuno mi ha insegnato ma ho imparato con qualche prova e tanti errori il cattivo gusto per il veleno a basse dosi, l’amore per il rifiuto se vicino nel tempo a una carezza.
Ho imparato a rubare quando trovavo chi mi desse niente, a rifiutare il superfluo pensiero del domani. Adesso, sono.
Manco di sostantivo, tendo verso la terra che, incrostandomi le guance, nasconde la debolezza che non avrei voluto avere, abbondo di verbi che mancano di soggetto e complemento, non arredo piu’ le mie stanze perché siano sempre pronte a dimenticare il mio passaggio.
Ho appreso il modo in cui l’orologio si muove mentre io resto ferma e poi il modo in cui l’orologio resta fermo mentre io mi muovo veloce in un giorno in cui il sole non tramonta mai.
Ciò che un giorno è orgoglio ora è disagio. Lo diventerebbe se avessi come doti l’amnesia, se non fossi fatta di una scatola, in una fessura dalla quale la mia voce esce lieve perché il mio compito è ascoltare, ascoltare, ascoltare. Sentire.
Potessi ascoltare solo con le orecchie!
Sono costretta invece ad ascoltare con tutti i miei sette sensi, uno per ogni occasione sprecata, uno per ogni volta che non sono mancata a me, uno per ogni volta che ho perso, uno per ogni volta che ho ritrovato, uno per ogni volta che ho ricominciato da zero, uno per ogni volta che ho osato sperare, uno per ogni volta che sono dovuta ritornare a terra.
Sono un personaggio della mia invenzione e finirò quando avrò scritto l’ultima parola.
Cambieranno i miei comandamenti e saranno uno solo: porterà il mio nome, come lo porteranno incise le tue retine.
On air: Sigur Ros - Varuo


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