27.3.12

Dalla finestra

Mi piace come scrivi. Mi ricordi un sacco uno scrittore che per ora ti terrò segreto perchè vorrei tu lo scoprissi da sola. Soprattutto mi ricordi quanto voglio scrivere. Così, senza fermarmi, aprendomi il rubinetto dei pensieri, come un musicista che suona e insegue la sua armonia. Come certe musiche in certi cartoni animati di quand'ero piccola e c'erano le cassette vhs e queste dopo un po' si inceppavano e lo spartito che faceva da pista d'atletica a quella musica iniziava ad essere affollato di linee.
Da allora non ho più memorizzato un pentagramma. So come si suona ma non ho passione nel creare musica. Se ne avessi una per queste cose artistiche me la giocherei tutta nel disegno che un disegno vale più di tante parole e non mi ritroverei ogni volta a scrivere in multipli di cento per spiegarmi, per parlarmi e per farmi sapere.
Sono stata in un museo. In tanti musei, in verità, ma io voglio raccontarti di questo museo dove ho assistito a una scena da film. E ho sentito parlare un gran bene di una poltrona. Poi ho visto arrivare il vigilante che prendeva la poltrona e la sostituiva con un'altra opera minore. Più utile, ma si percepiva meno arte di quella che emanava la poltrona di prima. Due critici mi hanno guardato e hanno proseguito in silenzio. Ogni tanto si voltavano per vedere una ragazza che sorrideva fingendo di stare ascoltando qualcosa di divertente dal suo lettore di mp3. Si voltavano per controllare se li seguissi preoccupandosi di poter tornare a parlare tra di loro, a criticare, a discutere. La gente non è propensa a criticare se sa che può essere ascoltata da qualcuno. Mi disgusta la parola gente, brutta per definire quella cosa bella che è l’umanità. A me piace parlare in faccia alla gente. Ma questa gente che critica e che incontro la faccia non ce l’ha. E a questa gente io parlo in maschera.
Quelli che all'asilo ci sono andati come me e magari loro la passione per diventare musicisti ce l'hanno, ascoltano, come me gli mp3, e vedono tutto in divx.  Le righe ce le aggiungono loro, se vogliono. Ma secondo me non vogliono e al massimo cliccano play.
E i colori nel porta matite diventano tutti grigi e il pallone sul balcone si sta sgonfiando sotto il sole.
I palloni Super Santos non bucati, dimenticati sul marciapiede, diventati la metà di quello che erano quando il nonno me li comprava.
Mio nonno profumava di schiuma di barba alla menta.
Il Super Santos piu' si sgonfiava e più cambiava colore. Come me e quegli altri che avevano la passione per lo stare sotto il sole, le sbucciature delle ginocchia asfaltate e per il gridare ad ogni gol come faceva Tardelli (sai mai quando ti ricapitava di farne uno).
Passavano le automobili, ci interrompevano spesso, ma l'importante era (ed è) ricominciare a giocare. E fare gol e urlare urlare urlare fino a quando qualcuno usciva da una finestra, decideva che era ora di finirla di giocare con quel pallone sgonfissimo e ci minacciava di gettarci le poltrone appresso. Non so se fanno male le poltrone appresso, ma so che l'asfalto fa male. So che un’estate mi sbucciai il ginocchio talmente tante volte che potevo vedermi l'osso. Era bianco nonostante tutto il mercurio cromo messo sopra.  Era bianco come i tasti di una tastiera del pianoforte.
Ed eccomi. Ripenso al non sogno di fare il musicista e ripenso a quella storia che la vita è come quel tizio che dalla finestra vuole decidere lui per te. La cosa che non fa ridere è che ci riesce facendoti sentire sgonfio, come il pallone più abbandonato sul balcone a cui abbia mai giocato. E l’alternativa resta sempre quella di cliccare su Play.

On air: Vittorio Cane - Quello che

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